claudia, la giardiniera

Anna D’Elia

La trasmissione di respiri tra creature umane, vegetali e minerali segna “Radici” l’evento ideato da Claudia Chianese e svoltosi nell’arco di una giornata, tra le piante del suo giardino a Fondi, le sono accanto Elisa Omassi e Livia Gianpalmo. L’incontro si svolge in un spazio recintato “l’Hortus conclusus”, come  sottolinea la curatrice Maria Sele Sconci, ma ignorando muretti bianchi e cespugli fioriti,  ospiti eccellenti della cerimonia sono cielo, mare e vento. Levandosi all’improvviso nella tarda mattina quest’ultimo, carezzevole, lega il luogo e chi lo abita ad altri luoghi vicini e lontani ricordando che la vita è la stessa in qualsiasi latitudine dell’Universo. L’immersione nello spazio naturale e artistico consente di cogliere le relazioni tra le sculture realizzate con pietre, minerali, ceramica,  legno e le creature del giardino: cespugli, radici, piante acquatiche, aeree e rampicanti, tronchi secchi e alberi fioriti.  Spostandosi tra un’opera e l’altra delle sette che scandiscono le tappe del percorso, Chianese racconta momenti e motivazioni della sua ricerca rivelando i contenuti simbolici di alcune opere. La prima “Cerchio di Fuoco” è costruita accostando due forme rettangolari di legno che recano in superficie i segni di una combustione, marchiati e bruciati i due blocchi assumono la forza di totem tribali. La trasformazione di materiali poveri, quali cortecce d’albero, pezzi di legno, radici è una costante nella pratica di Chianese che sa quanto preziosi siano anche gli scarti. Questi frammenti  convivono nelle sue opere con fusioni in bronzo a cera persa e quarzi. Una sfera di selenite accentua il mistero di “Divino Femminile”, scultura  omaggio alla fertilità, composta da una sezione d’albero che evoca un busto di donna. Anche quest’opera si mimetizza con lo spazio, fondendo la sua origine arborea con la forma umana evocata dalle gibbosità del tronco. Evolvere e realizzarsi sono le parole chiave delle sculture che segnano la terza e quarta tappa del percorso  che si sviluppa, non a caso, sulla traiettoria di una spirale, simbolo d’amore e di crescita. Ai piedi di un albero, la scultura intitolata “Eden” spunta dalla terra come un ramo simile a un grosso serpente maculato da croste di bronzo dorato che si mostra nell’atto di slanciarsi. I presenti ne sono soggiogati, i contenuti simbolici del serpente nelle antiche mitologie sono contradditori, ma nell’interpretazione che ne offre l’artista la creatura è emanazione di luce e accompagna lungo il percorso del cambiamento e della rigenerazione.

 La visita iniziata come una passeggiata estiva tra fiori, piante, alberi e sculture si trasforma pian piano in una cerimonia rituale in cui il ruolo dell’officiante è interpretato dall’artista-sacerdotessa. Le sue parole, i suoi gesti invitano a vedere, oltre il visibile, le simbologie racchiuse in forme e materiali, perché l’arte è lo strumento prezioso che consente di intercettare il sacro che è in ogni cosa. La passeggiata favorisce un’esperienza religiosa, ponendo ciascuno con la sua vita, il suo sentire, la sua particolare forza o vulnerabilità in ascolto di sé e dell’altro. L’esperienza condivisa dell’arte diventa pratica spirituale. Giunti sulla terrazza, penultima tappa del percorso iniziatico,  l’unione del tutto, fino a quel momento evocata attraverso i simboli, diventa esperienza diretta. In lontananza, nel triangolo disegnato dai pini marittimi, c’è il mare che avanza con le onde verso terra  e in alto compare il cielo tra le fronde mosse dal vento. I partecipanti, seduti lungo il perimetro della terrazza, restano immobili come estasiati. La bellezza del luogo è suprema, una bellezza che Chianese riprende e sottolinea amplificandone equilibri ed armonie nella distribuzione e nell’arredamento degli spazi dove è collocata la scultura “Unicum”, composta da sezioni di tronco e anelli di ceramica combacianti. 

La vista dall’alto del giardino  offre allo sguardo una rinnovata esperienza di armonia, consente infatti di cogliere la continuità tra le scelte della giardiniera e quelle dell’artista. Le sculture si offrono ora allo sguardo come stadi di una metamorfosi, l’oggetto artistico viene percepito come passaggio lungo il divenire, interprete e testimone del cambiamento. La caduta di barriere, tra sé e l’altro tra sé e il proprio ruolo, rende il racconto dell’artista sempre più simile ad una confessione nel corso della quale sono rivelate alcune delle circostanze da cui le opere sono state ispirate. “Due Cuori”, assemblaggio di una radice e  di una pietra a forma di cuore testimonia l’eterno fluire del tutto e la forza dell’amore che assume forme ed espressioni diverse conservando immutata la sua energia anche dopo la morte.   

Il percorso si conclude qui, ma l’esperienza è tutt’altro che completata. Elisa Omassi, accompagnandosi con la chitarra, canta il mantra Shivo ham del teologo e filosofo indiano Adi Shankara (788 d.C.).

“Non sono né peccato, né virtù, né piacere, né dolore, non sono formule sacre, né luoghi sacri,  non sono i Veda, né i rituali, non sono chi è sperimentato, né colui che sperimenta o l’atto di sperimentare, io sono l’uno eternamente beato, senza secondo, sono la verità, la bontà, la bellezza, io sono assoluta coscienza”.

Le parole del mantra  confermano  la versione amorevole del reale racchiusa in ciascuna delle opere esposte, in cui  l’armonia trionfa sul caos rendendo grazia al lungo e paziente lavoro, al tenace e duro impegno di chi porta bellezza nel mondo, ritrovando l’Infinito nel finito e cogliendo il flusso della vita nel suo divenire. Durante la giornata il sentimento dell’amore è stato evocato più di una volta, a cominciare dall’amore per le piante. Curarle è curare non solo loro, ma l’acqua, la terra e il sole e l’aria che le fanno vivere, è prendersi cura del cibo che nutrirà altri viventi e del creato, scoprendone l’unità inscindibile. La strada da percorrere è lunghissima. L’unità delle vivente si fonda infatti sulla continuità, la vita di cui ogni creatura è espressione è frutto di un dono trasmesso dall’uno all’altro, nei secoli dei secoli, per rispettare il dono della vita è importante ritrovarne la memoria originaria  affrontando un viaggio a ritroso fino ai primordi. È una grande sfida, ma in un giardino anche il tempo è molteplice e gli alberi sono maestri di vita, come le pietre, il terreno e le creature da cui è abitato.

La cerimonia “Radici” raggiunge il suo acme con la lettura del testo autografo dell’artista “L’amore che rimane”. Paragonandosi ad una pianta sradicata che perde l’origine smarrendo il filo della vita, Claudia racconta il dolore provato dopo l’infarto della madre, lo paragona a un tuono, un boato, un fulmine. Di nuovo è l’orizzonte più ampio del creato ad accoglierne il pianto, sciogliendone le lacrime nella pioggia mentre, come il serpente ,anche lei cambia pelle e si rigenera. Dopo aver restituito alla terra le ceneri materne, il corpo della madre, le sue chiome tornano a vivere  con sembianze arboree. La metamorfosi, ancora una volta, ha avuto luogo. Claudia, la giardiniera, sorride: l’arte di coltivare piante è l’arte stessa del vivere e sarà l’amore l’unico concime.  

24 giugno 2024 

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il giardino interiore di claudia chianese

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le montagne incantate