non c’è silenzio
Manuela De Leonardis
Non c’è silenzio. Un sottofondo costante di voci, suoni che scandiscono il quotidiano tra belati che rincorrono muggiti, galline che beccano nella polvere. Anche il tintinnio delle campane giocano con l’immediato presente, delineando uno spazio interiore che stenta a trovare il proprio equilibrio nel tessuto visceralmente pulsante degli altri sensi.
Ogni cosa – in India – è esponenzialmente eccessiva nell’affermare la convivenza di vita e di morte.
È così anche a Vrindavana, nello stato dell’Uttar Pradesh, città di pellegrinaggi attraversata dal fiume Yamuna, affluente del Gange, noto anche come uno dei più inquinati al mondo.
Krishna, suprema divinità dell’olimpo indù, avrebbe trascorso la sua adolescenza in questi luoghi dove è venerato dalla maggioranza della popolazione.
L’onda spirituale scorre libera nei recinti degli ashram e tra le mura dei templi antichissimi: se ne contano circa quattromila, tra cui il madana mohana celebrato nei dipinti dell’inglese Thomas Daniell (pubblicati nel 1808 in oriental scenery) e il govind deo, fotografato nella metà del XIX secolo da John Murray, medico scozzese con la passione per la fotografia.
Ma fuori da lì ad averla vinta sono le fatiche della sopravvivenza: afferrare un pugno di riso, sfidare pregiudizi e superstizioni, schivare aggressività e violenza.
Tuttavia la grande speranza per un altro futuro c’è – eccome – a Vrindavana. è fortissima, nutrita dalla consapevolezza che la scolarizzazione è il primo passo per aprire le menti e condurre lontano.
Con questo spirito è cresciuta la Sandipani Muni School, che ha iniziato la sua attività nel 2001 con le lezioni pomeridiane, arrivando a contare quattro edifici in cui possono studiare (dalla nursery alla scuola secondaria) oltre un migliaio di alunni – femmine e maschi – provenienti dalle zone più povere della città e dai villaggi dei dintorni.
A crearla è stata la Food For Life Vrindavan (FFLV), sviluppando un’idea di Pietro Paolinelli (devoto con il nome di rupa raghunath das) che dal 1990 distribuiva cibo ai pellegrini del sri krishna-balaram mandir, il tempio costruito nel 1975 per volontà di Bhaktivedanta Swami Prabhupada, fondatore del movimento degli Hare Krishna.
“Il cibo è stato il primo contatto con la gente del posto”, ha spiegato Rupa Raghunath Das a Claudia Chianese che l’ha incontrato a Vrindavana nell’estate 2012.
Originario di lucca, il coordinatore internazionale di FFLV, ha vissuto nel regno unito dal ‘73 alla metà degli anni ‘80, alternando periodi in cui lavorava a Londra come cameriere ad altri in cui assecondava il desiderio di conoscenza girando per il mondo. È la lettura della bhagavad–gita, nel 1986, a portarlo in India.
A tutti gli studenti e anche alle donne più indigenti, madri e vedove (Steve McCurry ha definito Vrindavan la città delle vedove: sempre avvolte nei sari bianchi queste donne ai margini della società trovano conforto nell’andare a morire in questa città santa) viene assicurato un nutriente piatto di kitchari (piatto vegetariano a base di riso, soia, verdure di stagione, burro, spezie, prezzemolo e limone), oltre alla divisa scolastica, all’occorrente per poter studiare, ai controlli medici.
Fabbisogni materiali e spirituali si prendono per mano tracciando una traiettoria di speranza che non è basata sull’assistenzialismo, piuttosto sulla responsabilizzazione, sull’autonomia e sulla partecipazione collettiva.
“Per arrivare alla scuola ho attraversato la città, sono uscita dalla vrindavana spirituale dei templi per entrare in una specie d’inferno, dove i bambini saltavano nelle pozzanghere, l’immondizia era dilagante e le condizioni di vita veramente difficili.” – afferma Claudia Chianese – “oltrepassando il cancello della scuola, invece, mi sono trovata in un luogo protetto, dal sapore indiano, senza finzioni né forzature, in cui tutto era ordinato e pulito. Ho girato di classe in classe incontrando ovunque bambini sorridenti, sorpresa nel trovarmi di fronte ad un vero e proprio ecosistema costruito grazie a rapporti di fiducia e trasparenza.”
Sandipani Muni School non è che un elemento di un organismo più ampio – autofinanziato attraverso le donazioni – di cui fa parte un ospedale, un campo biologico, un allevamento di mucche, depuratori per l’acqua, una sartoria, una biblioteca, un laboratorio di informatica, un centro di riciclo di carta e stoffa, uno spaccio e anche il microcredito per le donne.
Realtà che superano le aspettative stesse di Claudia che, alla vigilia del suo terzo viaggio in India, avendo avuto notizie di questa scuola, decide di dar vita al progetto Dieci occhi. Più due.
“In india ho sempre avuto la sensazione di trovarmi di fronte a tutte le parti di me, anche quelle che mi piacciono di meno. L’india mi ha costretto a vederle. Questo mi ha permesso di trovare delle sintesi tra gli opposti, raggiungendo un equilibrio che altrimenti sarebbe stato impossibile. Parte della mia ricerca interiore, iniziata intorno al 2000, si è basata sul pensiero indovedico. Ho studiato i testi sacri, tra cui la Bhagavad–Gita. la meditazione, in particolare, mi ha insegnato ad accedere a una parte di me più libera. Rallentando le onde cerebrali possiamo accedere alla creatività allo stato puro, come i bambini.”
A Vrindavan l’artista mette in moto un progetto rimasto sopito, che qualche anno prima avrebbe voluto realizzare in africa. “Sono stata mossa dal desiderio di promuovere nei ragazzi la creatività e l’autonomia, due valori in cui credo molto. mi piaceva anche che loro attraverso questa espressione creativa potessero esporre il lavoro fotografico, raccogliendo dei fondi che potessero servire a mantenere i loro studi e quelli degli altri ragazzi, piuttosto che una semplice donazione.”
Grazie alla generosità di alcuni amici Claudia acquista cinque fotocamere digitali identiche che consegna ad altrettanti studenti – tra i 13 e i 17 anni – della Sandipani Muni School.
Per Gopal, Madhu, Radha, Nikhil e Mohan è la prima esperienza dietro l’obiettivo, non hanno neanche mai visto una mostra né un libro fotografico, non hanno internet né la televisione.
Il reportage dura una settimana, in cui tutti insieme fotografano sfidando il caldo, la stanchezza, i cattivi odori. “Eravamo un gruppo compatto, era emozionante camminare insieme per strada e fotografare. I ragazzi hanno subito preso questo lavoro con grande serietà, ma anche con divertimento. Ci prendevamo anche dei momenti per vedere insieme gli scatti e commentarli.”
Nella lunga esperienza professionale in ambito pubblicitario prima e artistico poi, l’immagine ha sempre avuto un ruolo primario per claudia: studiare l’inquadratura, scandagliare i molteplici messaggi, afferrare l’attimo. queste sue conoscenze le ha sintetizzate, rendendole più accessibili e trasmettendole ai suoi giovani allievi, il cui racconto senza filtri sfiora gli strati del quotidiano su cui si sovrappongono – alternativamente – la freschezza dei gesti, le contraddizioni, le preoccupazioni.
Negli scatti di questi ragazzi, che volutamente non sono associati al singolo autore, si legge anche l’entusiasmo della scoperta del mezzo fotografico e un approccio inconsapevolmente sintonizzato a quello di grandi interpreti indiani come Homai Vyarawala, prima fotogiornalista indiana, Raghu Rai e Raghubir Singh, fino alla Dayanita Singh degli esordi e alla generazione successiva di fotoreporter.
Allo sguardo diClaudia Chianese, invece, la premura di documentare in tutti i suoi aspetti la realtà protetta della scuola, le dinamiche interne grazie alle quali l’organismo riesce ad autoalimentarsi.
A parlare sono soprattutto gli oggetti: i bidoni colorati di verde-giallo-azzurro per la raccolta differenziata dei rifiuti, gli zaini poggiati sui banchi, il frigorifero, i quadri storti, il peluche sul lettino dell’infermeria, una tavolozza di plastica con i colori ad acquarello sulla cui superficie lucida si riflette la fotografa.
Questo doppio sguardo – interno/esterno, occidente/oriente – su cui è costruito Dieci occhi. Più due focalizza l’importanza del valore dell’istruzione, del rispetto per la persona.
“A quei cinque ragazzi ho chiesto che cosa volessero fare da grandi. Tutti hanno detto che volevano continuare a studiare. C’era chi voleva fare il medico, chi lo psicanalista o il chimico. Professioni che potessero servire ad aiutare agli altri.”
Lo studio è l’alternativa a un destino segnato. “Non guardate solo frontalmente.” – ha detto Claudia ai cinque allievi della Sandipani Muni School di Vrindavana – “ci sono altri punti di vista per osservare la realtà.”